Chiara Poli: catene, libertà e regole da rispettare

Nuovi Soci si affacciano nell’universo di Aribi…e che soci!

 

Diamo il benvenuto sul sito di Aribi alla nuova socia Chiara Poli, giornalista e scrittrice e lo facciamo rilanciando il suo bel articolo pubblicato sul proprio blog ” Il blog della Polee

Buona Lettura!

Non ricordo dove l’ho letta. Forse l’aveva condivisa l’impareggiabile presidentessa di A.ri.bi Bergamo, Claudia Ratti. Una persona la cui passione per le due ruote è coinvolgente, e la cui cultura nell’ambito è smisurata. Senza contare il fatto che è anche una donna adorabile.
Fatto sta che, sebbene non ricordi la fonte, la frase mi è rimasta impressa:

“L’unica catena che ti rende libero è quella della bici”.

Ed è vero. Proprio vero… Anche se qui in Italia la “libertà” per i ciclisti è molto limitata.

Si tratta di una questione culturale, ma anche di “civilizzazione”.
Il caro coniuge, prontamente coinvolto nella questione, ha fatto i compiti.
Perché in Danimarca ci sono una marea di piste ciclabili e tutti vanno in bici? Facile: non perché sono tutti bravi ecologisti coscienziosi e sostenitori della forma fisica, bensì perché il Governo – intelligentemente – ha fatto i conti.Ogni chilometro percorso in auto ha un costo sociale (inquinamento, malattie e conseguenti spese del SSN) di 10 centesimi.
Ogni chilometro percorso in bici ha un risparmio sociale (minore inquinamento, maggiore salute e conseguenti risparmi del SSN) di 16 centesimi. E poi ci sono altri guadagni (meno giorni di malattia, più tempo libero…). Li ha raccontati tutti, in modo impeccabile, Paolo Pinzuti in questo articolo.
Così, i danesi hanno pensato bene di incentivare l’uso della bicicletta rendendo gli spostamenti sicuri e ogni zona della città accessibile tramite piste ciclabili così ben realizzate che a noi italiani sembrano autostrade per due ruote.
Addirittura, quando ci sono delle manutenzioni in corso, vengono create delle piste ciclabili provvisorie, così da non perdere il guadagno dei famosi 16 centesimi a chilometro e tutti gli altri vantaggi.
Noi italiani non ci arriveremo mai, temo. Nemmeno con l’esempio economico (e quindi oggettivo) della Danimarca. Per nostra fortuna, però, nella nostra provincia e in gran parte della Lombardia ci sono delle splendide ciclabili immerse nel verde, lontane dallo smog e dal caos del traffico.
Il mio concetto di “andare in bici” è questo: entrare in contatto con la natura, costeggiare fiumi e boschi, inspirare il profumo dei cespugli in fiore.Non amo girare in città. Non solo perché è pericoloso (gli incoscienti sono ovunque: in auto, in bici, in moto, a piedi… E i pericoli abbondano). Ma anche perché non mi regala quella che per me è la “magia” della bici: l’accesso esclusivo a un mondo tutto da scoprire.

Un mondo vicino, a pochissimi chilometri di distanza, di cui magari non conoscevi l’esistenza.
Grazie alla mia recente iscrizione all’A.ri.bi ho scoperto nuovi, splendidi percorsi.
Ho conosciuto persone che condividono le mie idee sulla bicicletta, e ho trovato modo di dedicare alla mia famiglia del tempo di qualità in modo salutare.
Certo: non ho affatto cambiato idea sui ciclisti. Su quelli che usano la strada come sede d’allenamento, girando in gruppo, esasperando gli automobilisti, costeggiando le ciclabili invece di usarle (e ricordo che è obbligatorio servirsene, se ci sono) e passando col rosso in barba a ogni regola.
Il codice stradale vale per tutti, sempre.
E se c’è una che ci tiene, quella sono io.
Se mi conoscete un po’, lo sapete già.
Mi sono battuta strenuamente per la legge sull’omicidio stradale, cercando di far firmare tutti i miei amici e conoscenti, e non torno indietro.
La strada è di tutti, e se tutti la usassero come si dovrebbe, gli incidenti, i morti e i feriti diminuirebbero drasticamente.
Il guadagno sociale diventerebbe anche un grande, grandissimo guadagno personale.
Ma noi italiani siamo più portati a infrangerle, le regole. A fare i furbetti (termine detestabile, usato indistintamente per chi copia un compito in classe e per chi evade milioni di euro di tasse).
Abbiamo la memoria corta, e non impariamo dai nostri errori.
La speranza, però, è l’ultima a morire. Si sa.
E chi vive sperando, magari lo fa meglio… Pedalando.
Senza sfrecciare a trenta all’ora sui percorsi ciclopedonali, rischiando di travolgere qualcuno.
Senza infrangere le regole.
Senza dimenticarsi di essere educato e civile.
E, magari, senza dimenticare mai tutto ciò che l’uso dell’auto, anche quando non è necessario, ci costa ogni giorno.

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